Yiquan-Dachengquan, tra tradizione ed innovazione.

Indubbiamente lo Yiquan (da Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione”) è uno degli stili marziali cinesi più interessanti, per l’armoniosa bellezza stilistica e per l’efficacia pratica. Il nome di quest’arte venne dato, probabilmente nel 1926, dal Maestro Wang Xiangzhai, da tutti considerato il fondatore dello stile. Due anni più tardi nascerà a Shanghai la Yiquanshe, cioè la Società di Yiquan, che aprirà, successivamente, sedi a Shenxian, Pechino e in altre città, facendo conoscere quest’Arte a un numero sempre crescente di persone.

Ma chi era Il Maestro Wang e quali arti marziali aveva praticato?

Wang Xiangzhai nacque, col nome di Ni Bao, nel 1886 (per alcuni biografi, invece, nel 1885) a Weijialincun e morì nel 1963 a Tianjin. Tutta la sua vita venne dedicata alle Arti Marziali, che iniziò a studiare nel 1894 col Maestro di Xingyiquan (da Xing – forma, aspetto, corpo, apparire, sembrare –, Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione e della forma”) Guo Yunshen, che seguì sino alla sua morte, nel 1907. In quello stesso anno, Wang si trasferì a Pechino, dove si arruolò nell’esercizio e iniziò a insegnare lo stile di Guo (quindi lo Xingyiquan) nel 1913, alle “forze scelte di terra” (gruppo militare specializzato nella lotta corpo a corpo). L’insegnamento gli fece subito capire che le forme (Xing), cioè le sequenze codificate di tecniche, distraevano i praticanti dall’essenza del movimento, allungando i tempi di apprendimento, se non, addirittura, impedendo una reale comprensione delle corrette dinamiche del corpo coinvolte nel gesto atletico: poiché gli allievi non riuscivano ad utilizzare in modo sinergico le diverse catene cineteche del corpo, le tecniche marziali da loro applicate risultavano, di conseguenza, poco efficaci. Quindi Wang accantonò quasi subito l’insegnamento delle forme, per enfatizzare lo studio delle posizioni statiche (Zhanzhuang, da Zhan – stare in piedi – e Zhuang – palo, piolo – cioè “stare in piedi come un palo”: non si trattava di posture “vuote”, bensì erano il presupposto per sviluppare un uso corretto ed integrato dei muscoli nelle “sei direzioni”) e degli esercizi per sperimentare la percezione della forza in modo lento (Shili, da Shi – praticare, esercitare, eseguire, mettere in pratica – e Li – forza, potenza – quindi “esercitare la forza”) o esplosivo (Fali, da Fa – mandare, inviare, sviluppare – e Li – forza, potenza – quindi “sviluppare la forza”).

Lo Yiquan, allora, altro non è che lo Xingyiquan senza “forme” codificate?

Inizialmente sì e comunque al 90% lo fu anche in seguito. Allo Xingyiquan, però, il Maestro Wang aggiunse la sua esperienza in numerosi combattimenti con altri artisti marziali conosciuti, specialmente, durante un viaggio attraverso la Cina compiuto tra il 1918 e il 1926 e alcuni principi di altre Arti Marziali cinesi, in primis lo Xinyiquan (da Xin – cuore, mente, sentimento, senso, centro –, Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione e del cuore” o, con una traduzione per me migliore, “il pugilato dell’intenzione e della mente”). Lo Xinyiquan era, probabilmente, uno stile precursore dello Xingyiquan, e Wang lo apprese dal Maestro Heng Lin nel Monastero Shaolin di Songshan e da Xie Tiefu, in Hunan, dopo essere stato da lui sconfitto per 10 volte su 10 combattimenti, sia a mani nude, sia con i bastoni! Unico Maestro, Xie, ad essere riuscito a configgere così nettamente Wang, che rimase con lui per almeno un anno per apprendere il suo metodo. Va detto che alcuni biografi sostengono che Xie Tiefu fu Maestro di Hequan (da He – gru e Quan – pugno, pugilato – quindi il “pugilato della Gru”), uno degli stili di Wudang. Wang Xiangzhai ammetterà, anni dopo, che i due Maestri che più lo influenzarono furono proprio Guo Yunshen (che lo introdusse nella pratica marziale) e Xie Tiefu. Nello Yiquan “maturo”, che verrà chiamato “Dachengquan” (da Da – grande –, Cheng – riuscire, completare, raggiungere, fondare, stabilire – e Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato della grande riuscita”, riuscita nel senso di “efficacia”) troviamo, quindi, lo Xingyiquan senza forme e gli insegnamenti tramandati da Xie. Per quanto riguarda, invece, la cosiddetta “Danza dello Yiquan” (il Jianwu, da Jian – forte, sano, rafforzare, irrobustire – e Wu – ballo, danza – quindi “danza di rafforzamento”), sembra che Wang la apprese da Huang Muqiao (esponente anch’esso dello stile “Xinyiquan”) nel 1925 o da Liu Peixian, durante la sua permanenza a Xian.

Dunque il Maestro Wang fu un innovatore o restò fedele alla tradizione?

Direi che innovò, restando fedele alla tradizione! Si rese conto che, ai suoi tempi, veniva “trascurata l’importanza del pensiero nel movimento” a vantaggio dello studio ripetitivo di “sequenze e tecniche fisse”, col risultato di stravolgere l’essenza delle Arti Marziali tradizionali. La responsabilità di questo processo era, da Wang, fatta risalire agli imperatori dei regni di Kangxi e Yongzheng, della dinastia Qing (1662 – 1735), che temendo che la diffusione delle Arti Marziali minasse la stabilità del loro potere, ostacolarono le Arti tradizionali e favorirono gli stili che proponevano inutili forme codificate. Altre responsabilità erano attribuite, pure, ai colleghi marzialisti suoi contemporanei, che “allungando” sempre più le sequenze e inventandone di nuove, “dilatavano” la formazione proposta agli allievi, garantendosi per molti anni il proprio sostentamento! Togliendo le forme e ridando importanza all’essenza del movimento, Wang innovò le Arti Marziali del suo tempo attraverso un ritorno all’autenticità della tradizione. La sua metodologia didattica, l’utilizzo di termini “scientifici”, l’abbandono di qualsiasi riferimento a leggende o false credenze, l’importanza sempre rivolta, contemporaneamente, all’efficacia marziale e al mantenimento dell’integrità corporea, sono sicuramente contributi autenticamente innovativi, legati alla genialità pragmatica e alla modernità di un personaggio unico, che amava ciò che insegnava e aveva profondo rispetto per i suoi discepoli. Un esempio “luminoso” e, in quei tempi, raro.

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Autore: studiomalnati

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