Il Liezi, ovvero il (libro del) Maestro Lie: il meno noto dei classici daoisti.

Il daoismo è, assieme al confucianesimo, una delle due correnti filosofiche e religiose autoctone cinesi che hanno maggiormente influenzato, e influenzano tuttora, ogni aspetto della cultura e della vita della Terra di Mezzo.

Verso la fine della dinastia Zhou (1046 – 256 a.C.), nella cosiddetta epoca degli Stati Combattenti (475 – 221 a.C.), la crisi dell’Impero e le lotte tra i feudatari portarono alla nascita delle “cento scuole filosofiche” che si interrogavano sull’esistenza o meno di una “giusta Via” (un giusto “Dao”) e, di conseguenza, di una “giusta Dottrina” in grado di individuare e indicare le regole cui l’individuo e le istituzioni pubbliche devono attenersi per progredire e prosperare in pace e in armonia. Proprio nel dibattito tra le due scuole di pensiero allora prevalenti, la confuciana e la moista, si inserì la visione daoista come alternativa alle posizioni di entrambe: se per i confuciani il “giusto Dao” andava ricercato nei valori morali, ormai perduti, degli inizi della dinastia Zhou (la cui etica – cioè la “dottrina dei valori” – doveva essere recuperata e applicata all’organizzazione familiare e statale) e per i moisti, invece, nell’armonia con la “natura” (nell’individuazione, quindi, di un’etica razionale), i daoisti arrivarono a dire che nulla è, in assoluto, vero o falso, giusto o sbagliato, corretto o scorretto, ma tutto dipende dal contesto e, in ultima analisi, dal punto di vista di ciascuno (dalla “propria visione” della realtà). Quindi se la realtà non è assoluta e non è descrivibile a parole (“Il Dao di cui si può parlare non è l’eterno Dao”: così inizia il testo noto come “Daodejing”), non resta che abbandonarsi all’esperienza personale del “Vuoto”, dell’”assenza di Forma”, dell’”eterno Dao”, da cui tutto arriva e a cui tutto fa ritorno….

Dunque il daoismo propone il rifiuto del ragionamento come strumento per giudicare il giusto e lo sbagliato e il ritorno alla spontaneità perduta, all’esperienza del “Vuoto”, al “lasciarsi fluire nel corso che ci è proprio”: è questo il concetto di “Wuwei” (letteralmente: “non azione”) che non è immobilità, bensì “azione allineata al Dao”, al movimento spontaneo della Vita, senza imporre la propria volontà e il proprio giudizio.

Il pensiero daoista è contenuto in tre testi classici fondamentali:

  1. Il Laozi (letteralmente: “Vecchio Maestro”), noto anche come Daodejing (il “Libro della Via e della Virtù”), è un testo composto da aforismi dal significato spesso ermetico, divisi in 81 brevi capitoli. Sono oggetto di dibattiti tra gli studiosi la datazione storica dell’opera (presumibilmente realizzata tra il IV e il III secolo a.C.) e se Laozi sia effettivamente vissuto (quindi il testo potrebbe essere la raccolta di materiale composto da più autori);
  2. Il Zhuangzi (letteralmente: “Maestro Zhuang”) è un testo narrativo, ricco di aneddoti, composto da 33 capitoli, di cui i primi 7 attribuibili effettivamente al Maestro Zhuang (369 – 286 a.C.), mentre i restanti 26 ai suoi discepoli. La versione giunta ai nostri giorni è, probabilmente, del III secolo d.C.;
  3. Il Liezi (letteralmente: “Maestro Lie”) è, come il Zhuangzi, un testo narrativo, composto da 8 capitoli. Anche in questo caso sono oggetto di dibattiti la datazione dell’opera (ai nostri giorni è pervenuta una versione del 370 d.C., accompagnata da un commentario di Zhang Zhan) e se Liezi sia effettivamente vissuto (per alcuni studiosi si tratterebbe di un Maestro nato prima di Zhuang).

Proclamato “Terzo Classico Daoista” dall’Imperatore Xuanzong (che regnò dal 712 al 756 d.C.) della dinastia Tang, il Liezi è sicuramente meno noto degli altri due testi sopra citati, ma presenta il pregio di essere comprensibile (quindi dai significati meno “oscuri” rispetto agli aforismi del Daodejing) e di facile lettura (a differenza del Zhuangzi, dove, a volte, non è agevole seguire il filo logico della narrazione). Anzi, ricco di favole e parabole, è di lettura piacevole e consente una comprensione del pensiero daoista “pragmatica” attraverso, appunto, esempi e aneddoti volti ad avvalorare una determinata tesi, di volta in volta proposta.

Alcuni passi del Zhuangzi e del Liezi sono identici o presentano poche modifiche e il Maestro Lie (come gli stessi Maestri Lao e Zhuang) viene più volte citato nel Zhunagzi: non è da escludere, quindi, che il Liezi sia una compilazione redatta dallo stesso Zhang Zhan (si veda: “Chuang Tzu”, traduzione a cura di Shantena, ed. URRA 2012, Introduzione – pag. XIII) che, per le sopracitate analogie con il Zhuangzi, possiamo ipotizzare si sia avvalso, in parte, del materiale dello Zhuangzi stesso (e forse anche del Daodejing).

Per dare un’idea dei contenuti del Liezi, elenchiamo di seguito i titoli degli 8 capitoli:

  1. Cosmogonia.
  2. Imperatore Giallo.
  3. Re Mu di Zhou.
  4. Confucio.
  5. Domande di Tang.
  6. Forza e destino.
  7. Yang Zhu.
  8. Congiunzioni di eventi e destino.

Gli ultimi due capitoli non sono perfettamente coerenti con i primi sei, infatti il settimo si rifà alle teorie del filosofo edonista Yang Zhu (440 – 360 a.C.), mentre l’ottavo attinge a varie fonti, non tutte daoiste.

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Autore: studiomalnati

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