Yiquan-Dachengquan, tra tradizione ed innovazione.

Indubbiamente lo Yiquan (da Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione”) è uno degli stili marziali cinesi più interessanti, per l’armoniosa bellezza stilistica e per l’efficacia pratica. Il nome di quest’arte venne dato, probabilmente nel 1926, dal Maestro Wang Xiangzhai, da tutti considerato il fondatore dello stile. Due anni più tardi nascerà a Shanghai la Yiquanshe, cioè la Società di Yiquan, che aprirà, successivamente, sedi a Shenxian, Pechino e in altre città, facendo conoscere quest’Arte a un numero sempre crescente di persone.

Ma chi era Il Maestro Wang e quali arti marziali aveva praticato?

Wang Xiangzhai nacque, col nome di Ni Bao, nel 1886 (per alcuni biografi, invece, nel 1885) a Weijialincun e morì nel 1963 a Tianjin. Tutta la sua vita venne dedicata alle Arti Marziali, che iniziò a studiare nel 1894 col Maestro di Xingyiquan (da Xing – forma, aspetto, corpo, apparire, sembrare –, Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione e della forma”) Guo Yunshen, che seguì sino alla sua morte, nel 1907. In quello stesso anno, Wang si trasferì a Pechino, dove si arruolò nell’esercizio e iniziò a insegnare lo stile di Guo (quindi lo Xingyiquan) nel 1913, alle “forze scelte di terra” (gruppo militare specializzato nella lotta corpo a corpo). L’insegnamento gli fece subito capire che le forme (Xing), cioè le sequenze codificate di tecniche, distraevano i praticanti dall’essenza del movimento, allungando i tempi di apprendimento, se non, addirittura, impedendo una reale comprensione delle corrette dinamiche del corpo coinvolte nel gesto atletico: poiché gli allievi non riuscivano ad utilizzare in modo sinergico le diverse catene cineteche del corpo, le tecniche marziali da loro applicate risultavano, di conseguenza, poco efficaci. Quindi Wang accantonò quasi subito l’insegnamento delle forme, per enfatizzare lo studio delle posizioni statiche (Zhanzhuang, da Zhan – stare in piedi – e Zhuang – palo, piolo – cioè “stare in piedi come un palo”: non si trattava di posture “vuote”, bensì erano il presupposto per sviluppare un uso corretto ed integrato dei muscoli nelle “sei direzioni”) e degli esercizi per sperimentare la percezione della forza in modo lento (Shili, da Shi – praticare, esercitare, eseguire, mettere in pratica – e Li – forza, potenza – quindi “esercitare la forza”) o esplosivo (Fali, da Fa – mandare, inviare, sviluppare – e Li – forza, potenza – quindi “sviluppare la forza”).

Lo Yiquan, allora, altro non è che lo Xingyiquan senza “forme” codificate?

Inizialmente sì e comunque al 90% lo fu anche in seguito. Allo Xingyiquan, però, il Maestro Wang aggiunse la sua esperienza in numerosi combattimenti con altri artisti marziali conosciuti, specialmente, durante un viaggio attraverso la Cina compiuto tra il 1918 e il 1926 e alcuni principi di altre Arti Marziali cinesi, in primis lo Xinyiquan (da Xin – cuore, mente, sentimento, senso, centro –, Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione e del cuore” o, con una traduzione per me migliore, “il pugilato dell’intenzione e della mente”). Lo Xinyiquan era, probabilmente, uno stile precursore dello Xingyiquan, e Wang lo apprese dal Maestro Heng Lin nel Monastero Shaolin di Songshan e da Xie Tiefu, in Hunan, dopo essere stato da lui sconfitto per 10 volte su 10 combattimenti, sia a mani nude, sia con i bastoni! Unico Maestro, Xie, ad essere riuscito a configgere così nettamente Wang, che rimase con lui per almeno un anno per apprendere il suo metodo. Va detto che alcuni biografi sostengono che Xie Tiefu fu Maestro di Hequan (da He – gru e Quan – pugno, pugilato – quindi il “pugilato della Gru”), uno degli stili di Wudang. Wang Xiangzhai ammetterà, anni dopo, che i due Maestri che più lo influenzarono furono proprio Guo Yunshen (che lo introdusse nella pratica marziale) e Xie Tiefu. Nello Yiquan “maturo”, che verrà chiamato “Dachengquan” (da Da – grande –, Cheng – riuscire, completare, raggiungere, fondare, stabilire – e Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato della grande riuscita”, riuscita nel senso di “efficacia”) troviamo, quindi, lo Xingyiquan senza forme e gli insegnamenti tramandati da Xie. Per quanto riguarda, invece, la cosiddetta “Danza dello Yiquan” (il Jianwu, da Jian – forte, sano, rafforzare, irrobustire – e Wu – ballo, danza – quindi “danza di rafforzamento”), sembra che Wang la apprese da Huang Muqiao (esponente anch’esso dello stile “Xinyiquan”) nel 1925 o da Liu Peixian, durante la sua permanenza a Xian.

Dunque il Maestro Wang fu un innovatore o restò fedele alla tradizione?

Direi che innovò, restando fedele alla tradizione! Si rese conto che, ai suoi tempi, veniva “trascurata l’importanza del pensiero nel movimento” a vantaggio dello studio ripetitivo di “sequenze e tecniche fisse”, col risultato di stravolgere l’essenza delle Arti Marziali tradizionali. La responsabilità di questo processo era, da Wang, fatta risalire agli imperatori dei regni di Kangxi e Yongzheng, della dinastia Qing (1662 – 1735), che temendo che la diffusione delle Arti Marziali minasse la stabilità del loro potere, ostacolarono le Arti tradizionali e favorirono gli stili che proponevano inutili forme codificate. Altre responsabilità erano attribuite, pure, ai colleghi marzialisti suoi contemporanei, che “allungando” sempre più le sequenze e inventandone di nuove, “dilatavano” la formazione proposta agli allievi, garantendosi per molti anni il proprio sostentamento! Togliendo le forme e ridando importanza all’essenza del movimento, Wang innovò le Arti Marziali del suo tempo attraverso un ritorno all’autenticità della tradizione. La sua metodologia didattica, l’utilizzo di termini “scientifici”, l’abbandono di qualsiasi riferimento a leggende o false credenze, l’importanza sempre rivolta, contemporaneamente, all’efficacia marziale e al mantenimento dell’integrità corporea, sono sicuramente contributi autenticamente innovativi, legati alla genialità pragmatica e alla modernità di un personaggio unico, che amava ciò che insegnava e aveva profondo rispetto per i suoi discepoli. Un esempio “luminoso” e, in quei tempi, raro.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

Yiquan: si ruotano i talloni nell’applicazione delle tecniche pugilistiche?

Una delle questioni dibattute tra i praticanti della “Boxe dell’Intenzione” (lo Yiquan) riguarda la meccanica del movimento nell’applicazione delle tecniche di braccia e, in particolare, l’eventuale o meno rotazione del tallone (o anche solo il sollevamento dello stesso) della gamba corrispondente al “pugno che colpisce”.

Ma vediamo di chiarire di che cosa stiamo parlando: “Se ci poniamo in posizione laterale, col piede sinistro davanti al destro, e colpiamo con un diretto sinistro un ipotetico avversario, il piede avanzato può restare ben ancorato a terra o far perno sull’avampiede e ruotare lievemente il tallone all’esterno (quindi, in quella posizione, verso sinistra); analogamente, nella stessa posizione laterale, se colpiamo con un diretto destro il nostro antagonista, il piede arretrato può restare ben ancorato al suolo o far perno sull’avampiede e ruotare il tallone all’esterno (quindi verso destra)”.

Sicuramente ci sono vantaggi e svantaggi in entrambi i casi: se non muoviamo (o anche solo “solleviamo”) i talloni, restiamo ben ancorati al suolo, in una situazione di maggior stabilità che ci consente di resistere più efficacemente in caso di una spazzata portata, come contro mossa, dal nostro avversario, mentre se ruotiamo i talloni possiamo “scaricare meglio la forza” attraverso una maggior torsione del busto (e conseguente avanzamento della spalla) che, nel caso del diretto, implicherebbe un miglior utilizzo dei dorsali; inoltre, sempre nel secondo caso, manteniamo sulla stessa linea le articolazioni di caviglia e ginocchio (e pure dell’anca), preservandoci, in particolare, da torsioni poco fisiologiche proprio a livello del ginocchio.

Nei seminari tenuti in Italia, nel 2001, dal Maestro Yao Chengguang a Torino (su invito del compianto Maestro Vittorio Bottazzi) e a Firenze (su invito del Maestro Stefano Agostini, uno dei più attivi ed esperti divulgatori dello Yiquan), la rotazione (in particolare) del tallone del piede arretrato veniva enfatizzata (per quanto ricordo dalla mia partecipazione ai seminari fiorentini…). Altri insegnanti, che ho seguito nel corso degli anni, mantengono però i talloni ben ancorati al suolo! Siamo, quindi, in presenza di un “errore di trasmissione” della tecnica e, se la risposta è affermativa, da parte di chi? A mio parere non c’è nessun errore di trasmissione: si tratta di due modalità alternative, entrambe valide, ma in contesti diversi. Il vero problema è, infatti, legato alla “distanza” tra gli antagonisti: “Se stanno molto vicini, come spesso accade nel Wing Chun, non sollevare i talloni risulta la strategia migliore, perché si mantiene più stabilità e non è necessario, vista la breve distanza, enfatizzare la torsione del busto nell’applicazione del jab (o di un’altra tecnica di pugno); in quel caso è più importante il radicamento, dato l’elevato rischio di incorrere in spazzate, e non si andrà mai a sollecitare troppo l’articolazione del ginocchio (data la breve distanza e la, conseguente, ridotta possibilità/utilità, già sottolineata più sopra, di torsione del busto). Se invece restano un po’ più distanziati, come nel Sanda, dove i colpi vengono portati allungando bene le braccia (e le gambe, in caso di calci…), sollevare i talloni è preferibile, perché preserva l’articolazione del ginocchio e consente di utilizzare meglio le catene cinetiche coinvolte nel gesto atletico (dal punto di vista biomeccanico è, quindi, la strategia migliore)”. In effetti ci sarà un motivo se nel Wing Chun, generalmente, si mantengono i talloni a terra, mentre nella Muay Thai e nel Sanda vengono ruotati all’esterno….

Il Maestro Yao Chengguang presentava la tecnica sollevando e ruotando all’esterno il retropiede (in particolare della gamba arretrata) probabilmente perché, attualmente, le competizioni di Yiquan seguono regole simili a quelle del Sanda: la modalità proposta era quindi, per quella finalizzazione, la più efficiente. E’ comunque solo una mia opinione….

Anche il dibattito sullo spostamento o meno del peso sulla gamba arretrata, quando si colpisce col pugno corrispondente alla gamba avanzata, dovrebbe tener conto della distanza tra i competitori e troverebbe, nella distanza stessa, una possibile soluzione interpretativa: “Se gli antagonisti sono molto vicini, spostare il peso sulla gamba arretrata nell’esecuzione di un jab (o di un’altra tecnica di pugno) è la strategia migliore, perché consente di ‘creare spazio’ e utilizzare meglio la forza; se sono un po’ più distanti (ma parliamo di 10/15 centimetri…), l’idea di andare in avanti col corpo e verso l’alto con la testa (come raccomandava Yao Chengguang, nel già citato seminario fiorentino del 2001) consente di ‘chiudere la distanza’ e colpire con più forza (sfruttando pure la spinta della gamba arretrata)”. Anche in questo caso, per me, andrebbero allenate entrambe le modalità.

Lo Yiquan, se applicato con logica e metodo, è un’Arte Tradizionale, di formazione alla difesa personale e al benessere, perfetta. E’ un “sistema scientifico”, diceva Yao Chengguang a Firenze nel 2001 e aveva ragione: in questa boxe si parla, infatti, di leve del corpo umano (di primo, secondo e terzo tipo o genere), di assi anatomici (longitudinale, trasversale, e saggittale), di piani anatomici (frontale, trasversale e saggittale), di catene cinetiche del corpo, etc.; insomma non c’è spazio per la superstizione (tutto ciò che non è razionale è aborrito!), né per l’improvvisazione! Se si utilizzano tutte le possibilità alternative di applicazione delle tecniche, senza privilegiarne alcune e “dimenticarne” altre, lo ripeto, il “metodo-Yiquan” è perfetto, sia in termini di efficacia marziale, sia per preservare l’integrità fisica e per insegnare a utilizzare le nostre risorse nel migliore dei modi, in ogni circostanza.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

 

Tuina e Qigong a Milano: il M° Pietro Malnati parteciperà alla “settimana per il benessere” all’Expo Gate.

Il M° Pietro Malnati parteciperà, assieme ad altri Professionisti iscritti a “OTTO Lombardia” (sezione regionale dell’Associazione degli Operatori Tuina-Qigong e Tecniche Orientali – OTTO), alla “settimana per il benessere” all’Expo Gate di Milano, via Luca Beltrami (senza numero civico). In particolare sarà presente martedì 28 ottobre 2014, dalle ore 14.30 (sino circa alle 18) per sessioni di Tuina e giovedì 30 ottobre 2014, dalle ore 14.30 per sessioni di Tuina e dalle ore 18 per un Workshop di Qigong  (che terminerà attorno alle 19.30).

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

 

Qigong a Varese, Gallarate e Milano, col M° Pietro Malnati, e altri corsi….

A novembre proseguiranno a Varese i corsi di Yiquan/Dachengquan e di Qigong (già iniziati l’8 settembre) del Maestro Pietro Malnati, presso il Centro “Servizi Salute Belforte”, viale Belforte 178 (il lunedì con orario, rispettivamente, 19/20 e 20.15/21.15), con possibilità di rinnovo solo per minimo 15 incontri a cadenza settimanale (senza frazionamenti, quindi, mensili o bimestrali).

Sempre a novembre, i corsi di Qigong presso la Scuola Rhamni di Gallarate, corso Sempione 11, saranno proposti il mercoledì con orario 20.15/21.15: siete invitati a una lezione di prova, senza impegno di iscrizione.

I corsi di Qigong a Milano, riservati ai dipendenti del Comune, sono stati attivati di martedì in via Dogana 2: essendoci ancora posti disponibili, è possibile aggiungersi sia il martedì stesso, sia prenotarsi per eventuali corsi attivabili il mercoledì.

Sabato 15 e domenica 16 novembre 2014, presso la Scuola Italiana di Medicina Olistica – SIMO, sì terrà un corso di Qigong riservato agli iscritti alla “Specializzazione in Tuina” della SIMO stessa, a cui possono, però, aggregarsi anche esterni (nei limiti dei posti disponibili).

Abbiamo intenzione di attivare, al più presto, un seminario Reiki di Primo Livello: se siete interessati, contattateci.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

 

La Respirazione attraverso le “Cinque Porte”.

Torno, qui di seguito, a parlare di “posizioni statiche per la vitalità”, argomento già trattato nel mio precedente articolo dal titolo: “Yangsheng Zhuang: le posture per nutrire la vita”. In particolare mi soffermerò a descrivere una tecnica respiratoria (e una “variante”) con una visualizzazione associata, abbinabili allo Zhanzhunag (da Zhan – stare in piedi – e Zhuang – palo, piolo – quindi “stare in piedi come un palo”) che hanno la finalità non tanto di “accumulare Qi”, bensì di favorire la capacità del praticante di assorbire l’Energia di cui ha bisogno in ogni momento della giornata.

Parto con una descrizione della postura nota come Hunyuan Zhuang o Chengbao Zhuang.

Hunyuan Zhuang o Chengbao Zhuang.

L’espressione cinese “Hunyuan Zhuang” (da Hun – intero, interamente –, Yuan – rotondo, circolare – e Zhuang – palo, piolo – quindi “palo interamente rotondo”) e l’espressione Chengbao Zhuang (da Cheng – sostegno, sostenere –, Bao – pacco, pacchetto, borsa, sacco, sacchetto – e Zhuang – palo, piolo – quindi “palo che sostiene un sacco”) indicano la posizione più importante dello Zhanzhuang Qigong, che è anche al centro del famoso stile di Gongfu noto come Yiquan (da Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione”) o Dachengquan (da Da – grande –, Cheng – riuscire, completare, raggiungere, fondare, stabilire – e Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato della grande riuscita”, riuscita nel senso di “efficacia”).

Per assumere la posizione sopra indicata dovete:

  1. Scegliere un luogo tranquillo, preferibilmente all’aperto e immerso nel verde (se la temperatura ambientale non è troppo rigida) e assicurarsi di non essere disturbati per tutta la durata dell’esercizio.
  2. Sciogliere il corpo, attraverso cinque semplici esercizi: a) ruotare dolcemente la testa in senso orario e antiorario (o viceversa) per qualche secondo, mantenendo le mani appoggiate ai fianchi; b) ruotare le spalle in avanti e all’indietro (o viceversa) per qualche secondo, mantenendo le mani appoggiate ai fianchi; c) ruotare il bacino in senso orario e antiorario (o viceversa) per qualche secondo, mantenendo le mani appoggiate ai fianchi; d) ruotare le ginocchia in senso orario e antiorario (o viceversa) per qualche secondo, con le mani che avvolgono le rotule; e) ruotare i polsi (entrambi) e la caviglia destra all’indietro e poi in avanti per qualche secondo e poi ripetere con i polsi e la caviglia sinistra.
  3. Mantenere i piedi paralleli (o con la punta lievemente rivolta all’esterno, se ciò vi consente di rilassarvi meglio), a una distanza pari alla larghezza delle spalle (la stessa posizione va mantenuta durante gli esercizi di scioglimento sopra riportati ai punti a, b e c).
  4. Immaginare di essere “appesi al cielo” (o al soffitto, se non siamo all’aperto) attraverso una corda collegata con la parte più alta della testa, a livello del punto Baihui (GV 20 – “Cento Riunioni”).
  5. Flettere lievemente le ginocchia e sentire che tutto il peso è “sostenuto dalla corda” e, di conseguenza, che il rachide si “allunga” dolcemente. Per “aiutare” la distensione della colonna vertebrale, portare un po’ il mento all’indietro, riducendo lievemente la curvatura cervicale e ruotare un po’ il bacino in avanti, diminuendo la curvatura lombare. In particolare occorre percepire che la parte bassa della schiena si decontrae, specialmente la zona attorno al Mingmen (GV 4 – “Porta della Vita”).
  6. Mantenere il peso ben distribuito su tutta la pianta del piede, con le dita che “fanno un po’ presa” sul pavimento e visualizzare delle “radici” che partono da Yongquan (KI 1 – “Fonte Zampillante”), dando stabilità e “radicamento” al corpo.
  7. Rilassare e sgonfiare il torace e arrotondare la schiena. Ciò non significa “affossare il torace e portare le spalle in avanti”, come alcuni fanno, sbagliando! Semplicemente si deve adottare una respirazione diaframmatica, lasciando il torace “sgonfio e disteso” e la schiena, conseguentemente, “rilassata e aperta”, con le scapole, per quanto possibile, che non sporgono.
  8. Mantenere gli occhi aperti e lo sguardo rivolto, circa, 20/30 gradi sopra la linea dell’orizzonte.
  9. Tenere la lingua rilassata e appoggiata al palato (o in direzione di esso), dietro la linea dei denti superiori, le labbra lievemente dischiuse e i denti non serrati.
  10. Distanziare bene le dita delle mani, immaginando delle sferette frapposte ad esse.
  11. Portare le braccia verso l’alto, all’altezza delle spalle (che restano abbassate: il trapezio va mantenuto rilassato, facendo lavorare solo i deltoidi), come per sostenere un sacco, con i palmi rivolti all’interno, le dita lievemente curve, i gomiti un po’ più in basso rispetto ai polsi.
  12. Adottare, come già detto, una respirazione diaframmatica. Più precisamente occorre inspirare (fin quando si può) dal naso gonfiando bene la pancia (e lasciando il torace rilassato) e espirare tutta l’aria inspirata, sempre dal naso, contraendo lievemente l’addome e “sollevando” lo Huiyin (CV 1 – “Riunione degli Yin”); contrazione dell’addome e sollevamento dello Huiyin possono essere evitati (se creano molta tensione nel praticante) e sostituiti dalla “percezione” della regione lombosacrale che “si ammorbidisce”.
  13. Rilassare il corpo con l’aiuto del respiro, portando l’attenzione alle zone percepite come tese e sentendole sciogliere durante la fase di espirazione. Si può procedere dall’alto verso il basso, seguendo (facoltativamente) questa sequenza:

– testa;

– collo;

– spalle;

– braccia;

– gomiti;

– avambracci;

– polsi;

– mani;

– torace;

– addome;

– schiena (parte alta, media e bassa);

– anche;

– cosce;

– ginocchia;

– gambe;

– caviglie;

– piedi.

Descrivo ora la tecnica respiratoria proposta e la relativa visualizzazione.

Respirare attraverso le “Cinque Porte”.

Dopo aver assunto la postura del “paolo interamente rotondo”, descritta più sopra, e dopo aver rilassato il corpo, visualizzate in ispirazione il Qi che raggiunge il Dantian (da Dan – farmaco, elisir – e Tian – campo, terreno – quindi “campo dell’elisir”) entrando nel corpo, simultaneamente, attraverso:

  1. Baihui (GV 20 – “Cento Riunioni”).
  2. Laogong (PC 8 – “Palazzo del Lavoro”) della mano destra.
  3. Laogong (PC 8 – “Palazzo del Lavoro”) della mano sinistra.
  4. Yongquan (KI 1 – “Fonte Zampillante”) del piede destro.
  5. Yongquan (KI 1 – “Fonte Zampillante”) del piede sinistro.

In espirazione visualizzate il Qi che dal Dantian esce dal corpo, simultaneamente, attraverso i punti sopra citati. Il ciclo respiratorio deve essere lento ma non troppo (6/8 secondi per ogni fase) e la durata dell’esercizio dovrebbe essere di almeno venti minuti.

Viene quindi “assorbito”, in inspirazione, il Qi (del cielo attraverso Baihui, della terra attraverso i due punti Yongquan e dell’ambiente esterno attraverso i due punti Laogong) e successivamente “espulso”, in espirazione. Come già detto più sopra, l’obbiettivo non è quello di accumulare Energia nel Dantian, bensì di attivare gradualmente la capacità del corpo di approvvigionarsi di quanto necessita in ogni momento della giornata. Giusto per essere pragmatico, posso dire che le visualizzazioni proposte sono utili per “distrarre” la mente dai problemi quotidiani, consentendoci un rilassamento più profondo. Simbolicamente, poi, questa tecnica ci insegna ad essere in armonia col cielo, con la terra e con l’ambiente in cui viviamo, instaurando un rapporto di mutuo scambio (assorbo il Qi e poi… lo restituisco).

Riporto ora una variante alla tecnica esposta.

Respirazione attraverso la pelle.

Dopo aver assunto la postura del “paolo interamente rotondo” e dopo aver rilassato il corpo, visualizzate in ispirazione il Qi che raggiunge il Dantian entrando nel corpo, simultaneamente, attraverso la pelle (provenendo da ogni direzione) e visualizzate in espirazione il Qi che dal Dantian viene lanciato, attraverso la pelle, fuori dal corpo (verso ogni direzione). Procedete per almeno venti minuti, con un ritmo respiratorio lento ma non troppo.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

 

 

Yangsheng Zhunag: le posture per “nutrire la vita”.

Il termine cinese Yangsheng (da Yang – nutrire, allevare, sostenere – e Sheng – vita –, traducibile dunque come “nutrire la vita” o “sostenere la vita”) associato al vocabolo Qigong (da Qi – energia vitale, pneuma – e Gong – abilità –, quindi “abilità nell’uso dell’energia”) indica un insieme di tecniche tradizionali volte a migliorare il benessere e ad aumentare la vitalità dei praticanti. Tali tecniche differiscono quindi, per finalità, da altre “abilità nell’uso dell’energia”, come quelle marziali, largamente impiegate nei diversi stili di Gongfu (o Kung Fu, se si utilizza come translitterazione dei termini cinesi il sistema, ormai superato, Wade-Giles, al posto della trascrizione ufficiale nella Repubblica Popolare Cinese che è il Pinyin).

Quello che caratterizza molti, se non tutti, gli stili di Qigong è l’uso di un numero, più o meno ampio, di “posture statiche” dette Zhanzhuang (da Zhan – stare in piedi – e Zhuang – palo, piolo – quindi “stare in piedi come un palo”) a dimostrazione dell’efficacia che queste hanno sia nello sviluppo delle abilità marziali, sia nell’incremento della vitalità (o, per trovare un trait d’union tra queste finalizzazioni apparentemente opposte, nel rafforzamento/potenziamento fisico).

Ma in effetti che cosa sono queste “posizioni statiche” se non una ginnastica isometrica (si ha una contrazione muscolare, necessaria per mantenere la postura, senza avvicinamento o allontanamento dei capi articolari)? Ne risulta un ovvio potenziamento dei muscoli, ma anche un allenamento cardiovascolare: dato che la contrazione è protratta per un certo lasso di tempo (da 20 minuti sino ad un’ora o più) si produce un vero e proprio lavoro aerobico, anche se la postura è immobile! E’ l’intero corpo ad essere coinvolto (quindi più catene cinetiche) e l’utilizzo di appropriate visualizzazioni interessa anche la mente, rendendo lo Zhanzhuang un metodo di lavoro globale (diremmo “olistico”, giusto per utilizzare un termine oggi molto in voga…).

In questo breve scritto ci si concentrerà sullo Yangsheng Zhuang, cioè sul “palo per nutrire la vita”, anche se si è già chiarito che gli effetti del Zhanzhuang sono “trasversali” alle diverse finalizzazioni della pratica. In particolare, si indicheranno alcune posture specifiche abbinate alla teoria del Wuxing (da Wu – cinque – e Xing – procedere, percorrere –, quindi “cinque movimenti”) e alcune posture associate al Sanjiao (da San – tre – e Jiao – bruciato, carbonizzato –, tradotto di solito come “triplice riscaldatore”), rinviando altre considerazioni ad un articolo successivo. Si premette che solo alcune Scuole di Yangsheng Zhuang condividono questi collegamenti tra Zhuang e teorie dell’Energetica Cinese.

Posizione frontale di base.

Si mantengono i piedi ad una distanza pari alla larghezza delle spalle e si immagina di essere appesi al soffitto (o al cielo) con una corda collegata alla parte più alta della testa, a livello del punto Baihui (GV 20 – “Cento Riunioni”) . Si flettono le ginocchia e si immagina che tutto il peso del corpo sia sorretto dalla corda: ciò consentirà di percepire la colonna vertebrale che si “allunga” e le curvature della stessa che, di conseguenza, si attenuano. Si ruota un po’ il bacino in avanti, diminuendo ulteriormente la curvatura lombare del rachide e si porta il meno all’indietro, riducendo la curvatura cervicale. Le braccia sono distese lungo il corpo, gli occhi, se aperti, “guardano lontano”, circa 20/30 gradi sopra la linea dell’orizzonte, mentre se mantenuti chiusi tendono lievemente a focalizzarsi sulla glabella, dove c’è il punto Yintang (FM 1 – “Stanza dei Sigilli”).

Posizioni abbinate al Wuxing.

Nella filosofia cinese i cinque movimenti (o cinque elementi) sono collegati tra loro da un rapporto di mutua e continua connessione, esplicitata in una interazione di generazione (ciclo “Sheng” o “madre – figlia”) e in una interazione di distruzione (ciclo “Ke” o “nonna – nipote”). Nel primo caso si dirà che “il Legno crea il fuoco, che crea la terra, che crea il metallo, che crea l’acqua, che crea il legno”; nel secondo caso, invece, si avrà che “il legno controlla la terra, che controlla l’acqua, che controlla il fuoco, che controlla il metallo, che controlla il legno”. Tutto deve mantenersi in equilibrio, senza eccessi (ad esempio nel “controllo”) o deficit (ad esempio nella “creazione”). Le posture che verranno di seguito indicate sono utili ad “armonizzare” le logge energetiche collegate alle posture stesse, agendo sia in dispersione, sia in accumulazione a seconda del bisogno.

LEGNO (in cinese: Mu). Nella posizione frontale di base si portano le braccia a livello del torace, formando un cerchio, come per sorreggere una palla e si mantengono le mani alla distanza di 10/30 centimetri (dipende dalla struttura fisica del praticante: la postura deve adattarsi al praticante e non viceversa!). Quindi si abbassano i gomiti, mantenendo i palmi rivolti verso il corpo e le dita ben distanziate le une dalle altre. Rispetto al piano orizzontale, gli avambracci formano un angolo di circa 45 gradi.

FUOCO (in cinese: Huo). Nella posizione frontale di base si ruotano lievemente i gomiti in avanti, in modo che i palmi delle mani siano rivolti verso il piano frontale e si tengono le dita ben distanziate le une dalle altre.

TERRA (in cinese: Tu). Nella posizione frontale di base si portano le bracca a livello del torace, formando un cerchio, come per sorreggere una palla e si mantengono le mani alla distanza di 10/30 centimetri. Quindi si portano i palmi all’esterno e si tengono le dita ben distanziate le une dalle altre, con i pollici rivolti verso il basso.

METALLO (in cinese: Jin). Nella posizione frontale di base si portano le braccia all’esterno, come facendole scivolare sul piano frontale, mantenendo i palmi rivolti verso il basso e le dita ben distanziate le une dalle altre. Rispetto al piano orizzontale, le braccia formano un angolo di circa 45 gradi. In alternativa si possono portare le braccia verso l’alto, come per sorreggere un’anfora posta sopra la propria testa, con i palmi che si guardano e le dita ben distanziate le une dalle altre.

ACQUA (in cinese: Shui). Nella posizione frontale di base si portano le braccia distese in avanti, con i palmi rivolti verso l’alto e le dita ben distanziate le une dalle altre. Rispetto al piano frontale, le braccia formano un angolo di circa 45 gradi.

Posizioni abbinate al Sanjiao.

Il Triplice Riscaldatore è tradizionalmente indicato, per analogia funzionale, come l’”Ufficiale incaricato dell’irrigazione”: a lui compete, infatti, la regolazione della circolazione dei Liquidi, ma è anche “via dell’Energia Nutritiva” e “via dell’Energia Difensiva”. Quindi esplica un insieme di funzioni complesse, che a livello anatomico sono ripartibili in tre aree distinte: il “Jiao Inferiore”, il “Jiao Medio” e il “Jiao Superiore”. Le posture che verranno di seguito illustrate sono utili proprio ad armonizzare le funzioni dei tre Jiao sopra indicati.

JIAO INFERIORE. Nella posizione frontale di base si portano le braccia all’altezza della pancia, formando un cerchio, come per sorreggere una palla e si mantengono le mani alla distanza di 10/30 centimetri, con i palmi che formano, rispetto al piano frontale, un angolo di circa 45 gradi (e restano rivolte, di conseguenza, un po’ verso il corpo e verso l’alto) e si tengono le dita ben distanziate le une dalle altre.

JIAO MEDIO. Nella posizione frontale di base si portano le braccia all’altezza del torace, formando un cerchio, come per sorreggere una palla e si mantengono le mani alla distanza di 10/30 centimetri, con i palmi rivolti verso il corpo e si tengono le dita ben distanziate le une dalle altre.

JIAO SUPERIORE. Nella posizione frontale di base si portano le braccia all’altezza delle tempie, formando un cerchio, come per sorreggere una palla e si mantengono le mani alla distanza di 10/30 centimetri, con i palmi che formano, rispetto al piano frontale, un angolo di circa 45 gradi (e restano rivolte, di conseguenza, un po’ verso il corpo e verso il basso) e si tengono le dita ben distanziate le une dalle altre.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

 

Qigong a Milano: stage del M° Pietro Malnati durante il raduno MSP Italia – PWKA del 4 e 5 ottobre 2014.

Il M° Pietro Malnati terrà, domenica 5 ottobre 2014, dalle ore 15.30 alle ore 17.00, uno stage di “Qigong” (Yangsheng Zhuang e Yangsheng Daoyin), presso il Centro Sportivo Pavesi di Milano, Via De Lemene 3, durante il “Corso di Aggiornamento Tecnico – Settore Arti Marziali Cinesi” di MSP Italia – PWKA (in programma per il 4 e 5 ottobre 2014).

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

Il Liezi, ovvero il (libro del) Maestro Lie: il meno noto dei classici daoisti.

Il daoismo è, assieme al confucianesimo, una delle due correnti filosofiche e religiose autoctone cinesi che hanno maggiormente influenzato, e influenzano tuttora, ogni aspetto della cultura e della vita della Terra di Mezzo.

Verso la fine della dinastia Zhou (1046 – 256 a.C.), nella cosiddetta epoca degli Stati Combattenti (475 – 221 a.C.), la crisi dell’Impero e le lotte tra i feudatari portarono alla nascita delle “cento scuole filosofiche” che si interrogavano sull’esistenza o meno di una “giusta Via” (un giusto “Dao”) e, di conseguenza, di una “giusta Dottrina” in grado di individuare e indicare le regole cui l’individuo e le istituzioni pubbliche devono attenersi per progredire e prosperare in pace e in armonia. Proprio nel dibattito tra le due scuole di pensiero allora prevalenti, la confuciana e la moista, si inserì la visione daoista come alternativa alle posizioni di entrambe: se per i confuciani il “giusto Dao” andava ricercato nei valori morali, ormai perduti, degli inizi della dinastia Zhou (la cui etica – cioè la “dottrina dei valori” – doveva essere recuperata e applicata all’organizzazione familiare e statale) e per i moisti, invece, nell’armonia con la “natura” (nell’individuazione, quindi, di un’etica razionale), i daoisti arrivarono a dire che nulla è, in assoluto, vero o falso, giusto o sbagliato, corretto o scorretto, ma tutto dipende dal contesto e, in ultima analisi, dal punto di vista di ciascuno (dalla “propria visione” della realtà). Quindi se la realtà non è assoluta e non è descrivibile a parole (“Il Dao di cui si può parlare non è l’eterno Dao”: così inizia il testo noto come “Daodejing”), non resta che abbandonarsi all’esperienza personale del “Vuoto”, dell’”assenza di Forma”, dell’”eterno Dao”, da cui tutto arriva e a cui tutto fa ritorno….

Dunque il daoismo propone il rifiuto del ragionamento come strumento per giudicare il giusto e lo sbagliato e il ritorno alla spontaneità perduta, all’esperienza del “Vuoto”, al “lasciarsi fluire nel corso che ci è proprio”: è questo il concetto di “Wuwei” (letteralmente: “non azione”) che non è immobilità, bensì “azione allineata al Dao”, al movimento spontaneo della Vita, senza imporre la propria volontà e il proprio giudizio.

Il pensiero daoista è contenuto in tre testi classici fondamentali:

  1. Il Laozi (letteralmente: “Vecchio Maestro”), noto anche come Daodejing (il “Libro della Via e della Virtù”), è un testo composto da aforismi dal significato spesso ermetico, divisi in 81 brevi capitoli. Sono oggetto di dibattiti tra gli studiosi la datazione storica dell’opera (presumibilmente realizzata tra il IV e il III secolo a.C.) e se Laozi sia effettivamente vissuto (quindi il testo potrebbe essere la raccolta di materiale composto da più autori);
  2. Il Zhuangzi (letteralmente: “Maestro Zhuang”) è un testo narrativo, ricco di aneddoti, composto da 33 capitoli, di cui i primi 7 attribuibili effettivamente al Maestro Zhuang (369 – 286 a.C.), mentre i restanti 26 ai suoi discepoli. La versione giunta ai nostri giorni è, probabilmente, del III secolo d.C.;
  3. Il Liezi (letteralmente: “Maestro Lie”) è, come il Zhuangzi, un testo narrativo, composto da 8 capitoli. Anche in questo caso sono oggetto di dibattiti la datazione dell’opera (ai nostri giorni è pervenuta una versione del 370 d.C., accompagnata da un commentario di Zhang Zhan) e se Liezi sia effettivamente vissuto (per alcuni studiosi si tratterebbe di un Maestro nato prima di Zhuang).

Proclamato “Terzo Classico Daoista” dall’Imperatore Xuanzong (che regnò dal 712 al 756 d.C.) della dinastia Tang, il Liezi è sicuramente meno noto degli altri due testi sopra citati, ma presenta il pregio di essere comprensibile (quindi dai significati meno “oscuri” rispetto agli aforismi del Daodejing) e di facile lettura (a differenza del Zhuangzi, dove, a volte, non è agevole seguire il filo logico della narrazione). Anzi, ricco di favole e parabole, è di lettura piacevole e consente una comprensione del pensiero daoista “pragmatica” attraverso, appunto, esempi e aneddoti volti ad avvalorare una determinata tesi, di volta in volta proposta.

Alcuni passi del Zhuangzi e del Liezi sono identici o presentano poche modifiche e il Maestro Lie (come gli stessi Maestri Lao e Zhuang) viene più volte citato nel Zhunagzi: non è da escludere, quindi, che il Liezi sia una compilazione redatta dallo stesso Zhang Zhan (si veda: “Chuang Tzu”, traduzione a cura di Shantena, ed. URRA 2012, Introduzione – pag. XIII) che, per le sopracitate analogie con il Zhuangzi, possiamo ipotizzare si sia avvalso, in parte, del materiale dello Zhuangzi stesso (e forse anche del Daodejing).

Per dare un’idea dei contenuti del Liezi, elenchiamo di seguito i titoli degli 8 capitoli:

  1. Cosmogonia.
  2. Imperatore Giallo.
  3. Re Mu di Zhou.
  4. Confucio.
  5. Domande di Tang.
  6. Forza e destino.
  7. Yang Zhu.
  8. Congiunzioni di eventi e destino.

Gli ultimi due capitoli non sono perfettamente coerenti con i primi sei, infatti il settimo si rifà alle teorie del filosofo edonista Yang Zhu (440 – 360 a.C.), mentre l’ottavo attinge a varie fonti, non tutte daoiste.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

L’Yi Jing: il Libro dei Mutamenti.

L’Yi Jing o “Yijing” (letteralmente “Libro dei Mutamenti” o “Libro delle Mutazioni”, da “Yi” – mutare, cambiare e “Jing” – testo, opera classica), conosciuto anche, con una translitterazione ormai superata, come “I Ching”, è uno dei testi classici cinesi. Alcuni sinologi lo considerano, anzi, il più antico dei testi classici cinesi giunti sino a noi.

La leggenda ne attribuisce la stesura a Fu Xi, il primo Imperatore della Cina, che avrebbe, in modo soprannaturale, ricevuto la “rivelazione” degli otto trigrammi (Ba Gua, da “Ba” – otto e “Gua” – trigramma o esagramma), che sono il cardine dell’opera. Più realisticamente il testo è stato in parte redatto al tempo del Re Wen (che regnò dal 1099 a.C al 1050 a.C.), se non propriamente da lui, e di Zhou Gong (…. – 1032 a.C.), noto anche come “Duca di Zhou”. La struttura definitiva dell’opera è, comunque, frutto di revisioni e integrazioni avvenute durante la Dinastia Zhou Occidentale (1045 a.C. – 771 a.C.). Il testo si presenta come una raccolta di formule e di detti popolari, a cui sono associati dei commenti di epoche successive (che la leggenda vorrebbe stilati da Confucio in persona!); di fatto sono individuabili due parti: il “Classico” o “Jing” e il “Commentario” o “Zhuan”.

Nel corso dei millenni, l’Yi Jing è stato utilizzato come strumento divinatorio e astrologico, ma non solo: vi hanno attinto ampiamente sia i due rami principali della filosofia cinese, il daoismo e il confucianesimo, sia le scienze naturali della Cina, sia l’arte del buon governo e l’arte della guerra della Terra di Mezzo, sia la religione (basti pensare all’uso dei trigrammi in alcuni rituali daoisti, sia ortodossi che eterodossi). La diffusione e l’interesse per l’opera, sia in Oriente che in Occidente, ha però portato a interpretazioni dei contenuti, spesso, volte ad avvalorare la propria visione del mondo e le proprie teorie che nulla hanno a che fare con l’Yi Jing stesso o addirittura col mondo cinese! Questa tendenza ha generato confusione e non una interpretazione e collocazione autentica dell’opera.

Genuino, profondo e “autoctono” è sicuramente l’influsso del Libro dei Mutamenti sul pensiero daoista e confuciano: chiari riferimenti li riscontriamo, infatti, sia in alcuni aforismi del “Daodejing” (letteralmente “Il Libro della Via e della Virtù”, di datazione alquanto incerta e di attribuzione, altrettanto incerta, a Laozi), sia nei “Dialoghi” (“Lun Yu”, letteralmente “Discussione sulle Parole”: raccolta di conversazioni di Confucio e dei suoi discepoli, databile tra il 479 a.C. e il 221 a.C.), dove troviamo spesso il concetto di “Mutamento”, di continua trasformazione, come cardine dell’Universo e della Vita (diremmo del Macrocosmo e del Microcosmo, in cui avviene costantemente il trapasso di un fenomeno in un altro). Altrettanto genuina e certa è l’origine “oracolare” dell’Yi Jing: nell’antica Cina gli oracoli si usavano per ogni cosa, ma anche ai giorni nostri ne riscontriamo un ampio impiego per le finalità più disparate.

Trigrammi e esagrammi: da quattro a otto a sessantaquattro segni.

Nell’Yi Jing troviamo delle rappresentazioni di linee intere e spezzate, che combinate in terne originano otto cosiddetti “trigrammi”. Due trigrammi sovrapposti generano sessantaquattro “esagrammi”. Trigrammi e esagramma rappresentano “ciò che avviene in cielo e in terra”, nel Macrocosmo e nel Microcosmo, e il commento associato, adeguatamente interpretato, fornisce l’oracolo.

Tornando alle rappresentazioni (trigrammi e esagrammi), esse sono composte da linee intere e linee spezzate: la linea intera rappresenta lo Yang (o anche il Cielo), la linea spezzata lo Yin (o anche la Terra). Dalla loro combinazione si originano, quindi, quattro coppie di linee intere e spezzate sovrapposte (due linee intere, due linee spezzate, una linea intera sovrapposta ad una spezzata e una linea spezzata sovrapposta ad una intera). Aggiungendo un ulteriore elemento lineare si passa dal sistema binario alle otto triplette che descriviamo qui sotto, indicandone il nome e l’immagine associata:

  1. Una linea spezzata, una intera e una spezzata (Yin-Yang-Yin) – Kan (K’an) – Acqua.
  2. Una linea intera e due linee spezzate (Yang-Yin-Yin) – Gen (Ken) – Monte.
  3. Due linee spezzate e una linea intera (Yin-Yin-Yang) – Zhen (Chen) – Tuono.
  4. Due linee intere e una linea spezzata (Yang-Yang-Yin) – Xun (Sun) – Vento.
  5. Una linea intera, una spezzata e una intera (Yang-Yin-Yang) – Li (Li) – Fuoco.
  6. Tre linee spezzate (Yin-Yin-Yin) – Kun (K’un) – Terra.
  7. Una linea spezzata e due intere (Yin-Yang-Yang) – Dui (Tui) – Lago.
  8. Tre linee intere (Yang-Yang-Yang) – Qian (C’hien) – Cielo.

Gli otto trigrammi rappresentano tutte le possibili combinazioni tra Yin e Yang e, quindi, tutte le forze in azione e in trasformazione nel Mico e Macrocosmo. Sovrapponendo a turno gli otto trigrammi otteniamo (otto x otto) i sessantaquattro esagrammi dell’Yi Jing, composti, quindi, ciascuno da un trigramma superiore e da un trigramma inferiore.

Le otto direzioni e la Carta di Battaglia.

Tralasciamo indicazioni sull’uso divinatorio dell’Yi Jing per fare, invece, menzione al collegamento con le “otto direzioni” e al suo utilizzo nella “Carta di Battaglia”.

Oltre ai “cinque punti cardinali” (Nord, abbinato all’Elemento Acqua; Est, abbinato all’Elemento Legno; Sud, abbinato all’Elemento Fuoco; Ovest, abbinato all’Elemento Metallo; Centro, abbinato all’Elemento Terra), in cinesi considerano, tradizionalmente, “otto direzioni”, messe in relazione con gli otto trigrammi sopra descritti. Procedendo in senso orario e ponendo il Nord in alto, avremo:

  1. Nord, associato a Kan.
  2. Nord-Est, associato a Gen.
  3. Est, associato a Zhen.
  4. Sud-Est, associato a Xun.
  5. Sud, associato a Li.
  6. Sud-Ovest, associato a Kun.
  7. Ovest, associato a Dui.
  8. Nord-Ovest, associato a Qian.

Queste otto direzioni sono espressamente indicate nel “Commentario” (Zhuan) dell’Yi Jing.

Tracciati in cerchio, nelle direzioni sopra indicate, gli otto trigrammi configurano la cosiddetta “Carta di Battaglia”, utilizzata in alcuni riti daoisti (come quelli svolti per erigere l’altare daoista o in alcuni riti esoterici), ma anche con finalità (anticamente) militari. Risulta evidente che il trigramma Gen rappresenta il punto di maggior vulnerabilità di un esercito accerchiato dai nemici: se la prima linea Yang (linea intera) e quindi “forte”, viene sopraffatta dal nemico, questo troverà due linee spezzate Yin “deboli” e potrà penetrare all’interno dello schieramento difensivo! Nessun nemico attaccherà mai la posizione Qian (tre linee intere, Yang), in quanto invulnerabile, ma nemmeno la posizione Kun (tre linee spezzate, Yin) poiché sarebbe una strategia troppo ovvia e sicuramente troverebbe, a difesa, un esercito in agguato. L’esito della battaglia si giocherà, quindi, a livello Gen (che sembra forte ma è debole!).

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

Qigong a Gallarate: presentazione di un corso e lezione di prova condotte dal M° Pietro Malnati.

Il Maestro Pietro Malnati presenterà, mercoledì 24 settembre 2014, dalle ore 20.45 alle ore 21.45, la Disciplina Energetica Cinese “Qigong“, presso la Scuola di Yoga Rhamni di Gallarate, Corso Sempione 11. Durante la presentazione sarà possibile partecipare ad una lezione di prova. Chi sarà interessato potrà poi iscriversi ad uno specifico corso che partirà il mercoledì successivo, sempre dalle ore 20.45 alle ore 21.45, per 12 incontri.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com