Altre considerazioni sullo Yiquan.

Abbiamo più volte sottolineato il fatto che lo Yiquan (, da Yì – significato, senso, intenzione e – Quán – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione”) venne creato dal Maestro Wang Xiangzhai (王薌) perché si accorse che i Taolu (, da Tào – serie, set – e Lù – strada, tragitto, viaggio, linee –, quindi “serie di linee”, da intendersi come “serie di percorsi da seguire nell’esecuzione di specifiche tecniche”; la traduzione più frequente è quella di “forme”), assai diffusi nelle arti marziali cinesi, allora come oggi, allontanavano i praticanti dall’acquisizione sia di tecniche di difesa personale realmente efficaci, sia di strumenti idonei ad aumentare la loro vitalità.

Che cosa sono, in concreto, i “Taolu”? Sono sequenze concatenate di movimenti, che ripropongono le movenze di animali (con lo scopo di introiettarne le abilità: è evidente che, date le differenze anatomico-fisiologiche con l’uomo, una metodologia di allenamento così impostata è discutibile) e/o gestualità particolari (“reggere il liuto con le mani”, “disperdere le nuvole”, etc.). Wang sosteneva che, partendo da una tradizione che prevedeva Taolu brevi (composti, cioè, da pochi movimenti), taluni “maestri” erano giunti ad aumentarne in modo esponenziale le “posture”, alcune delle quali potevano addirittura essere dannose (si legga, in proposito: “Wang Xiangzhai – Yiquan – Luni Editrice, pagg. 59, 69 e 79”, anche in riferimento al Taijiquan proposto da certi insegnanti del suo tempo).

Per Wang i movimenti degli animali dovevano sì essere studiati in profondità, ma solo per coglierne l’essenza: si trattava di una metafora, non della prescrizione di una imitazione pedissequa! Si doveva essere ‘simbolicamente’ come “un drago in agguato” o “un’aquila che avvista una preda” e lo stesso valeva per espressioni come “muoversi come un gatto” o “contorcersi come un serpente”: non era certo necessario passare anni a decodificare/ricodificare e applicare le movenze di felini e rettili (si leggano le parole autentiche del Maestro in: “Wang Xiangzhai – Yiquan – Luni Editrice, pag. 35”).

Discorso analogo va fatto con riferimento alla teoria del Wuxing (, da Wŭ – cinque – e Xíng – procedere, percorrere –, quindi “cinque movimenti”, anche se la traduzione prevalente è “cinque elementi”): Wang credeva in quella teoria, ma era consapevole della sua inapplicabilità in ambito marziale. I “cicli di generazione e di controllo” non hanno nulla a che vedere con i principi del pugilato e non si può utilizzare le tecniche di combattimento pensando che una dà origine ad un’altra o è utile ad inibirne un’altra ancora: semplicemente, in una situazione concreta di confronto con un avversario, non si ha il tempo per farlo (si legga, nel testo già citato, pag. 42). Lo Wuxing deve essere concepito, in ambito marziale, metaforicamente e le “forze degli elementi” vanno applicate in modo sincretistico (ibidem, pag. 43).

Indichiamo, di seguito, la relazione tra “animali e cinque movimenti” e affianchiamo le “visualizzazioni dinamiche” proposte nello Yiquan (N.B.: tali visualizzazioni possono variare da scuola a scuola, quindi elencheremo le più diffuse), svincolate dalla teoria del Wuxing: il lavoro da imitativo diventa centrato sulla qualità del gesto, cioè sull’acquisizione di competenze nell’utilizzo sinergico delle diverse catene cinetiche del corpo, che è tutto coinvolto nell’azione! Non dimentichiamo che lo Yiquan è sì Qigong (, da Qì – energia vitale, pneuma – e Gōng – abilità –, quindi “abilità nell’uso dell’energia”), ma principalmente Wushu (, da Wŭ – militare, marziale – e Shù – tecnica, arte, metodo, tattica –, quindi “arte marziale”): attraverso di esso possiamo aumentare il benessere e la vitalità, ma dobbiamo anche imparare ad utilizzare il corpo, in modo efficiente ed efficace, a scopo difensivo!

  • Scimmia – Legno – visualizzare una grande “molla”, a destra e sinistra, e comprimerla con entrambe le mani (abbinare la camminata in avanti e indietro);
  • Gru – Fuoco – mantenere le braccia aperte lateralmente, con i palmi rivolti verso il basso, e immaginare di essere immersi nell’acqua sino alla vita e di “controllare” due palle galleggianti sotto le mani (abbinare la camminata in avanti e indietro; mani e braccia si muovono, armonicamente, lievemente verso l’alto e verso il basso, mentre “si fa forza” sulle palle per “aiutarsi” durante l’incedere);
  • Orso – Terra – alternare il pugno diretto destro e sinistro, col dorso delle mani mantenuto verso l’alto o a 45° verso l’esterno, e visualizzare elastici che “legano i polsi”, entrambi coinvolti nel movimento: uno avanza e l’altro arretra lievemente (abbinare la camminata in avanti e indietro);
  • Tigre – Metallo – immaginare di immergere una palla nell’acqua e poi, “dopo che è diventata di piombo”, di estrarla (ripetere il movimento più volte, abbinando la camminata in avanti e indietro);
  • Serpente – Acqua – avanzare con la gamba destra (lo spostamento dovrebbe essere lungo, in modo da appoggiare a terra prima il tallone e dopo la punta del piede; si può procedere, però, anche con un passo più corto) e colpire con il pugno diretto destro, col dorso delle mani mantenuto verso l’esterno; contemporaneamente immaginare di “tendere un arco” (procedere in avanti e indietro e cambiare, di tanto in tanto, la gamba che avanza e la mano che colpisce. N.B.: si tratta della tecnica di “avanzare e indietreggiare”, non di una “camminata”).

Abbiamo già scritto nell’articolo “Yiquan-Dachengquan, tra tradizione ed innovazione”, che Wang innovò restando fedele alla tradizione. Infatti lo studio ripetitivo dei Taolu “lunghi”, che portò al deterioramento qualitativo delle arti marziali cinesi, si diffuse solo sulla spinta degli imperatori dei regni di Kangxi e Yongzheng, della dinastia Qing (1662 – 1735), i quali, temendo che la pratica del Wushu minasse la stabilità del loro potere, ostacolarono le arti tradizionali e favorirono gli stili che proponevano, appunto, inutili forme codificate (si legga, in proposito: “Wang Xiangzhai – Yiquan – Luni Editrice, pag. 67”). Per Wang alcuni “maestri” suoi contemporanei erano consapevoli che le arti marziali erano completamente allo sbando, ma continuavano ad insegnare i propri stili “per soldi” e/o perché “si vergognavano ad imparare da altri” (ibidem, pag. 67). Invece lui seppe andare oltre (o almeno ci provò), ricercando la vera essenza della scienza del combattimento.

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Autore: studiomalnati

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