Ci vuole il Certificato Medico per praticare Qigong?

Chi ama il Qigong sa benissimo che è una Disciplina Energetica, un’Arte, comunque qualcosa di ben diverso da una “ginnastica”. Certo, però, il corpo è coinvolto nella pratica di alcuni esercizi che caratterizzano il “lavoro con il Qi” e, quindi, è doveroso chiedersi se il praticante, l’insegnante e i discenti debbano o meno munirsi di un “certificato medico di idoneità all’attività sportiva”.

Occorre innanzitutto considerare quali sono le norme che, in Italia, disciplinano lo sport nell’ottica della tutela sanitaria, nonché quali tipologie di attività e quali certificazioni tali norme prevedano.

– Decreto Ministeriale del 18 febbraio 1982. Si tratta di un Decreto del Ministero della Sanità (a quei tempi si chiamava così, non, come adesso, “Ministero della Salute”) che ha per oggetto, esclusivamente, l’attività sportiva agonistica (si intitola, infatti, “Norme per la tutela sanitaria dell’attività sportiva agonistica”). Tale attività non è definita dal Decreto stesso, che si limita a dichiarare, al secondo comma dell’art. 1, che “La qualificazione agonistica a chi svolge attività sportiva è demandata alle federazioni Sportive Nazionali o agli enti sportivi riconosciuti”. Il terzo comma dello stesso articolo aggiunge che agli stessi controlli devono sottoporsi “(…) i partecipanti ai Giochi della Gioventù per accedere alle fasi nazionali”. Ma di che controlli si tratta? Sono indicati al primo comma come controlli periodici “(…) dell’idoneità specifica allo sport che intendono svolgere o svolgono”, e la loro finalità è la “(…) tutela della salute (…)”. Chi rilascia i certificati di idoneità? I “(…) medici della Federazione medico-sportiva italiana (…)” e il “personale delle strutture pubbliche e private convenzionate, con le modalità fissate dalle regioni di intesa con il CONI e sulla base di criteri tecnici generali che saranno adottati con decreto del Ministero della sanità” (ultimo comma dell’art. 5 del DL n. 633/79, convertito nella legge n. 33/80, richiamato dall’art. 2 del DM sopra indicato). L’atleta a quali accertamenti deve, in concreto, sottoporsi? A numerose valutazioni, dettagliatamente indicate negli allegati A e B al DM citato; in particolare, oltre alla visita, è prevista una valutazione clinica della tolleranza allo sforzo fisico effettuata, nel corso dell’esame E.C.G. (elettrocardiogramma), mediante IRI (indice di recupero immediato) e il medico ha facoltà di richiedere “(…) ulteriori esami specialistici e strumentali su motivato sospetto clinico”.

– Decreto Ministeriale del 24 aprile 2013. Si tratta di un Decreto del Ministero della Salute che ha per oggetto l’attività sportiva non agonistica e amatoriale (si intitola, infatti, “Disciplina della certificazione dell’attività sportiva non agonistica e amatoriale e linee guida sulla dotazione e l’utilizzo di defibrillatori semiautomatici e di eventuali altri dispositivi salvavita”). Questo decreto ha abrogato il DM del 28 febbraio 1983 (che disciplinava solo l’attività sportiva non agonistica) e ha introdotto anche una nuova tipologia di attività, l’attività amatoriale, che è definita dall’art. 2 – comma 1. Vi si legge: “(…) è definita attività amatoriale l’attività ludico-motoria, praticata da soggetti non tesserati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI, individuale o collettiva, non occasionale, finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico-fisico della persona, non regolamentata da organismi sportivi, ivi compresa l’attività che il soggetto svolge in proprio, al di fuori di rapporti con organizzazioni o soggetti terzi”. Il secondo comma prevedeva (come vedremo più oltre, ora non più) l’obbligatorietà di “(…) controlli medici periodici ai fini della certificazione attestante l’idoneità all’attività ludico-motoria (…)”. Esentati dalla certificazione erano coloro che svolgevano attività ludico-motoria in forma autonoma e al di fuori di un contesto organizzato e autorizzato; chi svolgeva attività, anche in contesti autorizzati e organizzati, occasionale, con scopo prevalentemente ricreativo; alcune tipologie di attività con “ridotto impegno cardiovascolare”, quali, per citarne alcune, il golf, il biliardo, la ginnastica per anziani, nonché “i praticanti di attività prevalentemente ricreative, quali ballo, giochi da tavolo e attività assimilabili”.

L’attività sportiva non agonistica è, invece, definita dall’art. 3 come le attività “(…) praticate dai seguenti soggetti: a. gli alunni che svolgono attività fisico-sportive organizzate dagli organi scolastici nell’ambito delle attività parascolastiche; b. coloro che svolgono attività organizzate dal CONI, da società sportive affiliate alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI, che non siano considerati atleti agonisti ai sensi del decreto ministeriale 18 febbraio 1982; c. coloro che partecipano ai giochi sportivi studenteschi nelle fasi precedenti a quella nazionale”. Per questi soggetti è previsto l’obbligo di un controllo medico annuale che determini l’idoneità a tale pratica sportiva. La certificazione “è rilasciata dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta, relativamente ai propri assistiti, o dal medico specialista in medicina dello sport su apposito modello predefinito (…)”. Sempre l’art. 3 prosegue affermando l’obbligatorietà (poi sostituita dalla possibilità, su discrezione del medico, e poi di nuovo dalla obbligatorietà, come vedremo più avanti, ma in casi specifici), tra l’altro, di un elettrocardiogramma a riposo.

L’art. 4 definisce, poi, una particolare categoria di attività, quelle di “particolare ed elevato impegno cardiovascolare, patrocinate da Federazioni sportive, Discipline associate, o da Enti di promozione sportiva”, “(…) quali manifestazioni podistiche di lunghezza superiore ai 20 Km, granfondo di ciclismo, di nuoto, di sci di fondo o altre tipologie analoghe (…)”, per le quali il controllo medico deve comprendere “(…) la rilevazione della pressione arteriosa, un elettrocardiogramma basale, uno step test o un test ergometrico con monitoraggio dell’attività cardiaca e altri accertamenti che il medico certificatore riterrà necessario per i singoli casi”. Il certificato è rilasciato dai medici già sopra indicati, su apposito modello predefinito.

Art. 42-bis della Legge n. 98 del 9 agosto 2013. Questo articolo, inserito nel cosiddetto “decreto del fare”, ha abrogato l’obbligo della certificazione medica attestante l’idoneità all’attività ludico-motoria. Il testo integrale del primo comma dell’art. 42-bis, risultante dall’approvazione dell’emendamento al “Decreto Balduzzi”, è il seguente: “Al fine di salvaguardare la salute dei cittadini promuovendo la pratica sportiva, per non gravare cittadini e Servizio sanitario nazionale di ulteriori onerosi accertamenti e certificazioni, è soppresso l’obbligo di certificazione per l’attività ludico-motoria e amatoriale previsto dall’articolo 7, comma 11, del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, e dal decreto del Ministro della salute 24 aprile 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 169 del 20 luglio 2013”.

– Circolare del Ministero della Salute dell’11 settembre 2013. Con questa circolare, il Ministero della Salute risponde a quesiti posti dalla Federazione Italiana Medici di Famiglia, fornendo chiarimenti sulla normativa in materia di certificazione sanitaria per l’esercizio delle attività sportive. Viene innanzitutto ribadita l’abrogazione dell’obbligo di certificazione per l’attività ludico-motoria. Per quanto concerne l’attività sportiva non agonistica, il Ministero precisa che è rinviata “(…) alla discrezionalità tecnica del medico certificatore la necessità o meno di prescrivere ulteriori esami clinici, come l’elettrocardiogramma”. Da ultimo, si afferma che “(…) per quanto attiene alla certificazione relativa alle attività di particolare ed elevato impegno cardiovascolare ‘gran fondo’, nulla sembra essere stato modificato rispetto alla disciplina prevista dall’articolo 4 del decreto ministeriale del 24 aprile 2013”.

– Decreto del Ministero della Salute dell’ 8 agosto 2014. Con questo decreto il Ministero della Salute fornisce le “Linee guida di indirizzo in materia di certificati medici per l’attività sportiva non agonistica” ribadendo, (nell’allegato 1), quanto affermato dall’art. 3 del DM 24 aprile 2013 (più sopra riportato) in merito alla “Definizione di attività sportiva non agonistica“, ai “Medici certificatori” e alla “Periodicità dei controlli e validità del certificato medico“. Per quanto riguarda, invece, gli “Esami clinici, accertamenti e conservazione dei referti”, a proposito dell’elettrocardiogramma precisa che deve essere effettuato “(…) a riposo, debitamente refertato, (…) almeno una volta nella vita (…)”. Inoltre sono obbligatori “un elettrocardiogramma basale debitamente refertato con periodicità annuale per coloro che hanno superato i 60 anni di età e che associano altri fattori di rischio cardiovascolare” e “un elettrocardiogramma basale debitamente refertato con periodicità annuale per coloro che, a prescindere dall’età, hanno patologie croniche conclamate, comportanti un aumentato rischio cardiovascolare”. In caso di evidenze cliniche e/o diagnostiche, il medico “(…) si può avvalere anche di una prova da sforzo massimale e di altri accertamenti mirati agli specifici problemi di salute. Nei casi dubbi il medico certificatore si avvale della consulenza del medico specialista in medicina dello sport o, secondo il giudizio clinico, dello specialista di branca”. Quindi, almeno una volta nella vita, prima di intraprendere un’attività definibile come “sportiva non agonistica”, tutti devono effettuare un elettrocardiogramma a riposo (salvo i casi, sopra riportati, che richiedono accertamenti maggiori) e la data dell’elettrocardiogramma deve essere indicata nel “Certificato di idoneità alla pratica di attività sportiva di tipo non agonistico”, di cui il decreto presenta il modello nell’allegato 2.

Concludendo?

Per concludere, dall’esame della normativa attualmente vigente si ricava l’obbligo della certificazione medica di idoneità all’attività sportiva per le discipline la cui pratica è organizzata dal CONI, da società sportive affiliate alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI. In quei contesti (che, per brevità, indicheremo come “circuito CONI”) la qualificazione agonistica o non agonistica (con necessità di specifici e diversi certificati di idoneità) è “(…) demandata alle federazioni Sportive Nazionali o agli enti sportivi riconosciuti” (art. 1 – secondo comma del Decreto Ministeriale del 18 febbraio 1982). Nessun obbligo di certificazione sussiste, invece, per l’attività ludico motoria (art. 42-bis della Legge n. 98 del 9 agosto 2013 e Circolare del Ministero della Salute dell’11 settembre 2013), attività definita come “(…) praticata da soggetti non tesserati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI, individuale o collettiva, non occasionale, finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico-fisico della persona (…)” (art. 2 – comma 1 del Decreto Ministeriale del 24 aprile 2013). E’ quindi discriminante il “contesto” in cui l’attività è praticata? Sì (e dello stesso parere è l’Ordine dei Medici di Firenze: per leggere la loro dettagliata disquisizione sull’attività sportiva, clicca “qui”): è, per esempio, attività ludico motoria “fare fitness in palestra (…) al di fuori di ogni contesto di gare o competizioni promosse da società sportive. Se invece queste stesse attività sono praticate da soggetti che le svolgono presso società sportive affiliate alle rispettive Federazioni nazionali, allora si ricade nell’attività sportiva vera e propria che può essere di tipo agonistico o non agonistico a seconda dell’impegno psico-fisico richiesto” (dal sito dell’Ordine dei Medici di Firenze). Ma dal “contesto” scaturisce una diversa finalizzazione della pratica che giustifica la differenza negli obblighi di certificazione: chi svolge attività all’interno del “circuito CONI”, sarà inserito in un sistema di “gare o competizioni”, o comunque di ricerca di prestazioni sportive di livello, mentre chi pratica all’interno di circuiti diversi (palestre non affiliate al CONI, associazioni culturali, etc.) avrà l’obiettivo esclusivo di “raggiungere e mantenere il benessere psico-fisico” (come previsto dall’art. 2 – comma 1 del DM 24/04/13) e nulla più. Diverso sarà, evidentemente, l’impegno cardiovascolare….

Quindi, tornando al Qigong e considerando quanto detto più sopra, sia gli insegnanti che i discenti dovranno munirsi di una certificazione di idoneità all’esercizio dell’attività sportiva non agonistica (o agonistica: sono, ahimè, ormai sempre più diffuse le “gare di forme di Qigong”, attività molto “lontane” dal mio modo di concepire questa Disciplina!) se praticano in palestre affiliate al CONI, mentre in caso contrario non saranno assoggettati a tale obbligo.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

 

 

 

 

Discipline Bio Naturali: la Regione Umbria approva una legge specifica. Qualche confronto con la legge della Regione Lombardia n. 2/2005.

Il 7 novembre 2014 l’Assemblea Legislativa della Regione Umbria ha approvato la Legge Regionale n. 19, dal titolo: “Disposizioni in materia di valorizzazione e promozione delle discipline bionaturali” (pubblicata sul “Bollettino Ufficiale della Regione Umbria” del 12 novembre 2014). Gli scopi, già espressi nel titolo, sono ribaditi all’art. 1 (sottotitolato: “Finalità”), che dichiara che “La Regione valorizza le discipline bionaturali, favorendo il coordinamento tra gli operatori e promuovendo la qualificazione dell’offerta e dei relativi servizi”. Se confrontiamo questo articolo con l’art. 1 – comma 1, della Legge Regionale Lombarda del 1 febbraio 2005, n. 2 (“Norme in materia di discipline bio naturali”) che recita “La presente legge ha lo scopo di valorizzare l’attività degli operatori in discipline bio-naturali, al fine di garantire una qualificata offerta delle prestazioni e dei servizi che ne derivano”, notiamo subito che i testi sono quasi sovrapponibili: in entrambi i casi l’intento è quello di “valorizzare” e di “qualificare l’offerta”, con l’aggiunta, nella Legge Umbra, della promozione del “coordinamento tra gli operatori”.

All’art. 2 le Discipline Bionaturali vengono definite come(…) le attività e le pratiche (…) che hanno come finalità il mantenimento o il recupero dello stato di benessere della persona per il miglioramento della sua qualità di vita. Tali pratiche, che non hanno carattere di prestazione sanitaria, tendono a stimolare le risorse vitali dell’individuo con metodi ed elementi naturali la cui efficacia sia stata verificata nei contesti culturali e geografici in cui le discipline sono sorte e si sono sviluppate”: l’articolo è quasi identico al secondo comma dell’art. 1 della legge lombarda sopracitata e l’affermazione che le DBN non “hanno carattere di prestazione sanitaria” sgombera ogni dubbio sul fatto che ci si muove in un ambito non disciplinato dallo Stato. L’art. 2 sottolinea che le discipline bionaturali sono “(…) individuate dalla Giunta regionale, con proprio atto (…)”, riconducendo quindi al livello politico un, a mio parere giusto, compito di controllo e di decisione finale sulle proposte delComitato tecnico per la valorizzazione delle discipline bionaturali”, che è previsto dall’art. 6.

Nell’art. 3, che istituisce l’elenco regionale (presso unastruttura competente della Giunta regionale”) degli enti che offrono formazione nelle discipline bionaturali, si riporta cheNell’elenco sono iscritti i soggetti in possesso degli standard qualitativi e dei requisiti organizzativi individuati dalla Giunta regionale, con proprio atto, su proposta del Comitato tecnico per la valorizzazione delle discipline bionaturali previsto dall’articolo 6.”: il ruolo della Giunta regionale è, anche qui, ben chiaro. In sede di “prima applicazione”, possono presentare domanda di iscrizione i soggetti che svolgono attività nelle DBN da almeno 5 anni.

L’art. 4 parla di “reti del benessere” tra operatori, promosse dalla Regione attraverso la costituzione di associazioni professionali (qualcosa di simile a quanto disposto dalla Legge Regionale Lombarda all’art. 7), precisando che tali associazioni professionali devono essere costituite ai sensi della legge n. 4/2013 (Disposizioni in materia di professioni non organizzate): è chiaro, quindi, che non ci si vuole sostituire alla legge nazionale sulle “libere professioni”, ma si percorre una via di ulteriore valorizzazione di alcune professioni, quelle relative alle DBN, evidentemente riconoscendone l’importante ruolo sociale.

L’art. 5 è dedicato all’istituzione (presso una struttura competente della Giunta regionale”) dell’elenco regionale ricognitivo degli operatori in discipline bionaturali. E’ alla struttura regionale competente che vanno indirizzate le domande di iscrizione e è la struttura stessa che verifica “il possesso dei requisiti dichiarati” e che “definisce le modalità, le procedure e la documentazione da presentare”, sentito il Comitato tecnico per la valorizzazione delle discipline bionaturali”. Sembrerebbe, quindi, che ilComitato tecnico per la valorizzazione delle discipline bionaturalidisponga di meno “poteri” rispetto al “Comitato Tecnico Scientifico” previsto dalla Legge Regionale Lombarda (art. 4 – comma 1, con compiti specificati al comma 3) Quest’ultimo, infatti, direttamentevaluta le domande di iscrizionesia degli operatori, sia degli enti di formazione (si veda l’art. 4 – comma 3, lettera d) e direttamenteelabora i criteri di valutazione dei percorsi formativi e dei programmi di aggiornamento degli enti di formazione(si veda l’art. 4 – comma 3, lettera b) .

L’art. 6 è dedicato proprio alComitato tecnico per la valorizzazione delle discipline bionaturali”, che non è composto, come previsto dalla Legge Regionale Lombarda, da un rappresentante per ogni associazione di operatori e da uno per ogni ente di formazione (in entrambi i casi che svolgono attività da almeno un anno), ma ha una composizione molto articolata e è presiedutodall’assessore regionale competente, o suo delegato”. Ne fanno parte pure due dirigenti regionali (o loro delegati): quello della struttura competente in materia di welfare e quella della struttura competente in materia di formazione professionale. Componenti sono anche un rappresentate delle associazioni dei consumatori, i rappresentati delle “reti del benessere” e i rappresentati degli enti di formazione per operatori in discipline bionaturali, nazionali o locali, che operano almeno da due anni. Le funzioni del Comitato sono “consultive nei confronti della Giunta regionale”. Unica funzione autonomamente esercitata è l’individuazione diregole di comportamento uniformi che devono essere rispettate dai soggetti iscritti nell’elenco previsto dall’art. 3(cioè dai soggetti che offrono formazione nelle discipline bionaturali). Sempre l’art. 6, al comma 4, stabilisce che le stesse modalità di funzionamento del comitato e i soggetti che designeranno i componenti provenienti dalle reti del benesseresono stabiliti dalla Giunta regionale con proprio atto”. 

L’art. 7 prevede che la Giunta regionale presenti una relazione, ogni due anni, sullo stato di attuazione della legge ad unacompetente Commissione consiliare permanente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria”, mentre l’art. 8 dichiara che l’attuazione della legge non deve implicarenuovi e maggiori oneri per la finanza regionale”.

Quindi le finalità della Legge dell’Umbria n. 19/2014 e la definizione, ivi contenuta, di “discipline bionaturali” sono, a mio parere, sostanzialmente analoghe a quelle della Legge Regionale Lombarda n. 2/2005, ma la prima prevede un ruolo più attivo della Giunta regionale e minori poteri decisionali del “comitato”, comitato composto, inoltre, anche da un rappresentate politico e due dirigenti della Regione, nonché da un rappresentate delle associazioni dei consumatori.

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Yiquan-Dachengquan: risposte ad alcune domande.

La pubblicazione sul mio sito (www.studiomalnati.wordpress.com) del mio precedente articolo sullo Yiquan (Yiquan-Dachengquan, tra tradizione ed innovazione), ha suscitato un certo interesse tra i lettori, che mi hanno fatto pervenire alcune domande, alle quali tenterò di rispondere con questo breve scritto.

Xie Tiefu fu Maestro di Xinyiquan o di Hequan?

Su questo argomento, le diverse biografie su Wang Xianggzhai sono discordanti. Alcuni biografi (la maggior parte) restano generici e, dopo aver parlato delle sconfitte subite da Wang con Xie e del fatto che Wang abbia deciso di imparare il suo metodo, applicandosi per almeno un anno, precisano che “sfortunatamente non si sa di più su Xie e la sua arte marziale”. Se si tralasciano le biografie su Wang e si effettua una ricerca mirata su Xie Tiefu stesso, poco o nulla si può reperire su di lui, su testi o in rete! Ho però trovato un articolo interessante del Dr. Zhang di New York, in cui sostiene che Wang Xiangzhai affermò (non cita però la/le fonte/i) di aver appreso lo Xinyiquan da Xie Tiefu, ma nessuno in Cina può identificare chi sia stato Xie Tiefu . Aggiunge che, in cinese, Xie è traducibile con “grazie” e Fu con “Maestro”, quindi il riferimento di Wang potrebbe essere un ringraziamento al Maestro Tie (letteralmente: “Grazie Maestro Tie”) per ciò che gli insegnò. Se così fosse, Tie potrebbe essere Tie Guochen che, effettivamente, fu Maestro di Xinyinquan, stile precursore dello Xingyiquan. Nel mio articolo precedente, pur non specificando la fonte, mi riferivo proprio a questa tesi del Dr. Zhang e ho indicato Xie Tiefu come Maestro di Xinyiquan, pur sottolineando che ci sono pareri diversi (quello, in primis, della sua appartenenza alla Scuola Wudang ed esperto di Hequan).

Ma esattamente che cosa era lo Xinyiquan?

Lo dice Wang Xiangzhai stesso nella sua intervista dal titolo “L’Essenza della Scienza del Combattimento” (intervista facilmente reperibile in rete, probabilmente risalente agli anni Quaranta): era lo Xingyiquan, prima che Dai Longbang mutasse il nome, appunto, da Xinyiquan a Xingyiquan. Nello Xinyi, però, non c’era il metodo di allenamento delle dodici forme, né la teoria del controllo e del nutrimento reciproco dei cinque elementi. Quindi né sequenze, né tecniche (codificate), né forme di movimento, ma si basava più sull’essenza del gesto atletico e il corpo riusciva, lo stesso e meglio, ad esprimere la forza dei cinque elementi in modo sincretico.

Wang Xiangzhai apprezzava altri stili di Kungfu?

Sì. Nella sua intervista sopra citata, afferma che Liu Fengchun, Maestro di Bagua, era suo amico e aveva una tecnica eccellente, ma auspicava che i praticanti di quello stile si concentrassero di più sulla percezione intuitiva di ogni movimento. Definiva suoi amici anche i fratelli Yang (Shaohou e Chengfu), Maestri di Taijiquan, aggiungendo che quello stile racchiudeva una conoscenza effettiva della meccanica del corpo. Per Wang, però, solo un praticante su cento era in grado di afferrarne la vera essenza e anch’esso ne coglieva, comunque, un singolo aspetto, perché anche nel Taiji, come nel Bagua, la percezione intuitiva dei movimenti era poco allenata. Lo snaturamento dello stile Yang di Taijiquan era attribuito, da Wang, alla tendenza ad aumentare sempre di più le “posture”, che da 13 erano arrivate anche a 150!

Quindi lo Yiquan deriverebbe da uno stile interno (lo Xingyiquan originale, noto come Xinyiquan, che il Maestro Wang avrebbe integrato con la propria esperienza nei confronti marziali con i suoi colleghi del tempo), ma attualmente di “interno” nello Yiquan si vede poco….

Non sono d’accordo. Premesso che lo Xingyiquan è il più “energico” degli stili interni cinesi e Wang era una persona pragmatica, che applicava quanto aveva appreso al combattimento reale (del resto un’arte marziale, anche se interna, è un’arte marziale), il lavoro interno è, nello Yiquan, evidente e strutturato in un percorso “logico”, diremmo “scientifico”. Tale percorso mira a costruire, nel praticante, passo dopo passo, la capacità di utilizzare al meglio le proprie risorse (fisiche, mentali e spirituali) e di applicarle in modo concreto e realistico alla difesa personale, con l’attenzione, però, rivolta anche alla conservazione della sua integrità corporea e alla crescita globale come individuo.

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Yiquan-Dachengquan, tra tradizione ed innovazione.

Indubbiamente lo Yiquan (da Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione”) è uno degli stili marziali cinesi più interessanti, per l’armoniosa bellezza stilistica e per l’efficacia pratica. Il nome di quest’arte venne dato, probabilmente nel 1926, dal Maestro Wang Xiangzhai, da tutti considerato il fondatore dello stile. Due anni più tardi nascerà a Shanghai la Yiquanshe, cioè la Società di Yiquan, che aprirà, successivamente, sedi a Shenxian, Pechino e in altre città, facendo conoscere quest’Arte a un numero sempre crescente di persone.

Ma chi era Il Maestro Wang e quali arti marziali aveva praticato?

Wang Xiangzhai nacque, col nome di Ni Bao, nel 1886 (per alcuni biografi, invece, nel 1885) a Weijialincun e morì nel 1963 a Tianjin. Tutta la sua vita venne dedicata alle Arti Marziali, che iniziò a studiare nel 1894 col Maestro di Xingyiquan (da Xing – forma, aspetto, corpo, apparire, sembrare –, Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione e della forma”) Guo Yunshen, che seguì sino alla sua morte, nel 1907. In quello stesso anno, Wang si trasferì a Pechino, dove si arruolò nell’esercizio e iniziò a insegnare lo stile di Guo (quindi lo Xingyiquan) nel 1913, alle “forze scelte di terra” (gruppo militare specializzato nella lotta corpo a corpo). L’insegnamento gli fece subito capire che le forme (Xing), cioè le sequenze codificate di tecniche, distraevano i praticanti dall’essenza del movimento, allungando i tempi di apprendimento, se non, addirittura, impedendo una reale comprensione delle corrette dinamiche del corpo coinvolte nel gesto atletico: poiché gli allievi non riuscivano ad utilizzare in modo sinergico le diverse catene cineteche del corpo, le tecniche marziali da loro applicate risultavano, di conseguenza, poco efficaci. Quindi Wang accantonò quasi subito l’insegnamento delle forme, per enfatizzare lo studio delle posizioni statiche (Zhanzhuang, da Zhan – stare in piedi – e Zhuang – palo, piolo – cioè “stare in piedi come un palo”: non si trattava di posture “vuote”, bensì erano il presupposto per sviluppare un uso corretto ed integrato dei muscoli nelle “sei direzioni”) e degli esercizi per sperimentare la percezione della forza in modo lento (Shili, da Shi – praticare, esercitare, eseguire, mettere in pratica – e Li – forza, potenza – quindi “esercitare la forza”) o esplosivo (Fali, da Fa – mandare, inviare, sviluppare – e Li – forza, potenza – quindi “sviluppare la forza”).

Lo Yiquan, allora, altro non è che lo Xingyiquan senza “forme” codificate?

Inizialmente sì e comunque al 90% lo fu anche in seguito. Allo Xingyiquan, però, il Maestro Wang aggiunse la sua esperienza in numerosi combattimenti con altri artisti marziali conosciuti, specialmente, durante un viaggio attraverso la Cina compiuto tra il 1918 e il 1926 e alcuni principi di altre Arti Marziali cinesi, in primis lo Xinyiquan (da Xin – cuore, mente, sentimento, senso, centro –, Yi – significato, senso, intenzione e – Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato dell’intenzione e del cuore” o, con una traduzione per me migliore, “il pugilato dell’intenzione e della mente”). Lo Xinyiquan era, probabilmente, uno stile precursore dello Xingyiquan, e Wang lo apprese dal Maestro Heng Lin nel Monastero Shaolin di Songshan e da Xie Tiefu, in Hunan, dopo essere stato da lui sconfitto per 10 volte su 10 combattimenti, sia a mani nude, sia con i bastoni! Unico Maestro, Xie, ad essere riuscito a configgere così nettamente Wang, che rimase con lui per almeno un anno per apprendere il suo metodo. Va detto che alcuni biografi sostengono che Xie Tiefu fu Maestro di Hequan (da He – gru e Quan – pugno, pugilato – quindi il “pugilato della Gru”), uno degli stili di Wudang. Wang Xiangzhai ammetterà, anni dopo, che i due Maestri che più lo influenzarono furono proprio Guo Yunshen (che lo introdusse nella pratica marziale) e Xie Tiefu. Nello Yiquan “maturo”, che verrà chiamato “Dachengquan” (da Da – grande –, Cheng – riuscire, completare, raggiungere, fondare, stabilire – e Quan – pugno, pugilato – quindi “il pugilato della grande riuscita”, riuscita nel senso di “efficacia”) troviamo, quindi, lo Xingyiquan senza forme e gli insegnamenti tramandati da Xie. Per quanto riguarda, invece, la cosiddetta “Danza dello Yiquan” (il Jianwu, da Jian – forte, sano, rafforzare, irrobustire – e Wu – ballo, danza – quindi “danza di rafforzamento”), sembra che Wang la apprese da Huang Muqiao (esponente anch’esso dello stile “Xinyiquan”) nel 1925 o da Liu Peixian, durante la sua permanenza a Xian.

Dunque il Maestro Wang fu un innovatore o restò fedele alla tradizione?

Direi che innovò, restando fedele alla tradizione! Si rese conto che, ai suoi tempi, veniva “trascurata l’importanza del pensiero nel movimento” a vantaggio dello studio ripetitivo di “sequenze e tecniche fisse”, col risultato di stravolgere l’essenza delle Arti Marziali tradizionali. La responsabilità di questo processo era, da Wang, fatta risalire agli imperatori dei regni di Kangxi e Yongzheng, della dinastia Qing (1662 – 1735), che temendo che la diffusione delle Arti Marziali minasse la stabilità del loro potere, ostacolarono le Arti tradizionali e favorirono gli stili che proponevano inutili forme codificate. Altre responsabilità erano attribuite, pure, ai colleghi marzialisti suoi contemporanei, che “allungando” sempre più le sequenze e inventandone di nuove, “dilatavano” la formazione proposta agli allievi, garantendosi per molti anni il proprio sostentamento! Togliendo le forme e ridando importanza all’essenza del movimento, Wang innovò le Arti Marziali del suo tempo attraverso un ritorno all’autenticità della tradizione. La sua metodologia didattica, l’utilizzo di termini “scientifici”, l’abbandono di qualsiasi riferimento a leggende o false credenze, l’importanza sempre rivolta, contemporaneamente, all’efficacia marziale e al mantenimento dell’integrità corporea, sono sicuramente contributi autenticamente innovativi, legati alla genialità pragmatica e alla modernità di un personaggio unico, che amava ciò che insegnava e aveva profondo rispetto per i suoi discepoli. Un esempio “luminoso” e, in quei tempi, raro.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com

Yiquan: si ruotano i talloni nell’applicazione delle tecniche pugilistiche?

Una delle questioni dibattute tra i praticanti della “Boxe dell’Intenzione” (lo Yiquan) riguarda la meccanica del movimento nell’applicazione delle tecniche di braccia e, in particolare, l’eventuale o meno rotazione del tallone (o anche solo il sollevamento dello stesso) della gamba corrispondente al “pugno che colpisce”.

Ma vediamo di chiarire di che cosa stiamo parlando: “Se ci poniamo in posizione laterale, col piede sinistro davanti al destro, e colpiamo con un diretto sinistro un ipotetico avversario, il piede avanzato può restare ben ancorato a terra o far perno sull’avampiede e ruotare lievemente il tallone all’esterno (quindi, in quella posizione, verso sinistra); analogamente, nella stessa posizione laterale, se colpiamo con un diretto destro il nostro antagonista, il piede arretrato può restare ben ancorato al suolo o far perno sull’avampiede e ruotare il tallone all’esterno (quindi verso destra)”.

Sicuramente ci sono vantaggi e svantaggi in entrambi i casi: se non muoviamo (o anche solo “solleviamo”) i talloni, restiamo ben ancorati al suolo, in una situazione di maggior stabilità che ci consente di resistere più efficacemente in caso di una spazzata portata, come contro mossa, dal nostro avversario, mentre se ruotiamo i talloni possiamo “scaricare meglio la forza” attraverso una maggior torsione del busto (e conseguente avanzamento della spalla) che, nel caso del diretto, implicherebbe un miglior utilizzo dei dorsali; inoltre, sempre nel secondo caso, manteniamo sulla stessa linea le articolazioni di caviglia e ginocchio (e pure dell’anca), preservandoci, in particolare, da torsioni poco fisiologiche proprio a livello del ginocchio.

Nei seminari tenuti in Italia, nel 2001, dal Maestro Yao Chengguang a Torino (su invito del compianto Maestro Vittorio Bottazzi) e a Firenze (su invito del Maestro Stefano Agostini, uno dei più attivi ed esperti divulgatori dello Yiquan), la rotazione (in particolare) del tallone del piede arretrato veniva enfatizzata (per quanto ricordo dalla mia partecipazione ai seminari fiorentini…). Altri insegnanti, che ho seguito nel corso degli anni, mantengono però i talloni ben ancorati al suolo! Siamo, quindi, in presenza di un “errore di trasmissione” della tecnica e, se la risposta è affermativa, da parte di chi? A mio parere non c’è nessun errore di trasmissione: si tratta di due modalità alternative, entrambe valide, ma in contesti diversi. Il vero problema è, infatti, legato alla “distanza” tra gli antagonisti: “Se stanno molto vicini, come spesso accade nel Wing Chun, non sollevare i talloni risulta la strategia migliore, perché si mantiene più stabilità e non è necessario, vista la breve distanza, enfatizzare la torsione del busto nell’applicazione del jab (o di un’altra tecnica di pugno); in quel caso è più importante il radicamento, dato l’elevato rischio di incorrere in spazzate, e non si andrà mai a sollecitare troppo l’articolazione del ginocchio (data la breve distanza e la, conseguente, ridotta possibilità/utilità, già sottolineata più sopra, di torsione del busto). Se invece restano un po’ più distanziati, come nel Sanda, dove i colpi vengono portati allungando bene le braccia (e le gambe, in caso di calci…), sollevare i talloni è preferibile, perché preserva l’articolazione del ginocchio e consente di utilizzare meglio le catene cinetiche coinvolte nel gesto atletico (dal punto di vista biomeccanico è, quindi, la strategia migliore)”. In effetti ci sarà un motivo se nel Wing Chun, generalmente, si mantengono i talloni a terra, mentre nella Muay Thai e nel Sanda vengono ruotati all’esterno….

Il Maestro Yao Chengguang presentava la tecnica sollevando e ruotando all’esterno il retropiede (in particolare della gamba arretrata) probabilmente perché, attualmente, le competizioni di Yiquan seguono regole simili a quelle del Sanda: la modalità proposta era quindi, per quella finalizzazione, la più efficiente. E’ comunque solo una mia opinione….

Anche il dibattito sullo spostamento o meno del peso sulla gamba arretrata, quando si colpisce col pugno corrispondente alla gamba avanzata, dovrebbe tener conto della distanza tra i competitori e troverebbe, nella distanza stessa, una possibile soluzione interpretativa: “Se gli antagonisti sono molto vicini, spostare il peso sulla gamba arretrata nell’esecuzione di un jab (o di un’altra tecnica di pugno) è la strategia migliore, perché consente di ‘creare spazio’ e utilizzare meglio la forza; se sono un po’ più distanti (ma parliamo di 10/15 centimetri…), l’idea di andare in avanti col corpo e verso l’alto con la testa (come raccomandava Yao Chengguang, nel già citato seminario fiorentino del 2001) consente di ‘chiudere la distanza’ e colpire con più forza (sfruttando pure la spinta della gamba arretrata)”. Anche in questo caso, per me, andrebbero allenate entrambe le modalità.

Lo Yiquan, se applicato con logica e metodo, è un’Arte Tradizionale, di formazione alla difesa personale e al benessere, perfetta. E’ un “sistema scientifico”, diceva Yao Chengguang a Firenze nel 2001 e aveva ragione: in questa boxe si parla, infatti, di leve del corpo umano (di primo, secondo e terzo tipo o genere), di assi anatomici (longitudinale, trasversale, e saggittale), di piani anatomici (frontale, trasversale e saggittale), di catene cinetiche del corpo, etc.; insomma non c’è spazio per la superstizione (tutto ciò che non è razionale è aborrito!), né per l’improvvisazione! Se si utilizzano tutte le possibilità alternative di applicazione delle tecniche, senza privilegiarne alcune e “dimenticarne” altre, lo ripeto, il “metodo-Yiquan” è perfetto, sia in termini di efficacia marziale, sia per preservare l’integrità fisica e per insegnare a utilizzare le nostre risorse nel migliore dei modi, in ogni circostanza.

Per info: Pietro Malnati, tel. (0039) 338 98 70 347; email: pietro.malnati@gmail.com; www.studiomalnati.wordpress.com